Nutrienti, Nutraceutica e Stile Mediterraneo per il cuore e per la mente

Resoconto della Dr.ssa Giuseppina De Benedittis, Consigliere Nazionale ANCE Cardiologia del Territorio.

 Referee: Prof. Renato Nami

Successo di partecipanti all’ottava edizione del Congresso di Nutraceutica di Lecce dal titolo: Nutrienti, Nutraceutica e Stile Mediterraneo per il cuore e per la menteche si è tenuto il 25 Maggio  presso il Centro Congressi di un noto albergo cittadino.
La prima sessione della giornata è stata dedicata al ruolo dei nutrienti, nutraceutici, e “stile mediterraneo” nella prevenzione delle patologie croniche cardio-respiratorie e delle malattie neurodegenerative.

La relazione di Raffaele Cagnazzo ha messo in evidenza come l’esigenza di capire, prevenire e controllare l’epidemia delle malattie cardiovascolari sia sempre più sentita negli Stati Uniti e in altre popolazioni occidentali, e possa essere efficacemente prevenuta con l’adozione di uno stile di vita sano, che ha i suoi punti fermi nel non fumare, fare attività fisica regolare ed adottare un’ alimentazione adeguata.

Il ruolo salutare della dieta mediterranea nel ridurre l’incidenza di mortalità per malattie cardiovascolari, è stato messo per primo in evidenza da Ancel Keys con lo studio Seven Countries Study (SCS = Studio dei Sette Paesi) avviato sul finire degli anni 50 e tutt’ora in corso. I suoi risultati hanno fatto sì che la Dieta Mediterranea fosse dichiarata dall’UNESCO, patrimonio culturale immateriale dell’umanità. I primi risultati dopo 10 anni hanno, infatti, indicato una forte relazione diretta tra consumo di grassi, incidenza di eventi coronarici maggiori (fatali e non fatali) e mortalità coronarica. Fu anche chiarito il ruolo centrale della alimentazione nella determinazione del colesterolo nel sangue: l’elevato consumo di grassi di origine animale (grassi saturi), erano alla base dell’aumento della colesterolemia nelle popolazioni del Nord Europa e degli Stati Uniti.

Una ulteriore valutazione dei risultati nell’arco di 25 anni fece emergere , inoltre, che i diversi tassi di mortalità per cardiopatia coronarica, tra le coorti mediterranee e non, fossero legati alle elevate e significative relazioni inverse tra rapporto P/S (grassi poli-insaturi/saturi) e rapporto M/S (grassi mono-insaturi/saturi) che riflettevano i diversi stili alimentari quali abbondante uso consumo del pesce e di olio di oliva, tipico delle aree Mediterranee. Risultò evidente che i vari gruppi di alimenti erano fortemente correlati alla diversa incidenza di malattia e mortalità coronarica per cui si spostò l’attenzione in termini di alimenti e di modello alimentare mediterraneo (MDP, mediterranean diet pattern). Flamimio Fidanza propose l’indice MAI per valutare l’aderenza alla dieta mediterranea, ottenuto dividendo la somma della percentuale delle calorie totali derivanti da alimenti tipici Mediterranei (vegetali, cereali, legumi, patate, frutta, pesce, vino e olio oliva) per la somma della percentuale delle calorie totali derivanti da alimenti non tipici del Mediterraneo (latte, formaggio, carne, uova, grassi animali, margarina, dolci, zucchero, bevande dolci). Quanto maggiore è il rapporto MAI, tanto più la dieta si avvicina a quella Mediterranea e viceversa. L’ indice MAI permise di identificare vari gruppi di popolazione, disposti in modo decrescente per il valore della mortalità coronarica.

Successivamente è stato pubblicato il PREDIMED, uno studio di intervento nutrizionale, multicentrico, randomizzato di prevenzione primaria, in cui 7500 pazienti asintomatici ad alto rischio cardiovascolare sono stati assegnati in modo casuale a 3 gruppi di intervento che seguivano :

1 ° gruppo dieta mediterranea integrata con l’olio extra-vergine di oliva(1 L / sett. famiglia)

2 ° gruppo dieta mediterranea integrata con frutta secca (noci-nocciole-mandorle 30 g/ die),

3° gruppo dieta isocalorica con riduzione di tutti i tipi di grassi (animali e vegetali) secondo linee guida Am. Heart Ass (gruppo di controllo). Lo studio è stato interrotto dopo 4,6 anni per i benefici della dieta mediterranea vs controllo con riduzione del 30% di IMA, ictus o morte cardiovascolare.

Infine, più recentemente, nel gennaio 2019, è stato pubblicato lo studio REDUCE-IT sull’uso dei  PUFA n-3 , già definiti come i più naturali e fisiologici degli antinfiammatori, in studi già pubblicati da Raffaele  e Anna Maria Giudetti su pazienti con malattie  infiammatorie croniche, respiratorie e non.

 

Agostino Grassi con la relazione “Alimentazione e Nutrizione: la Very Low Calorie Ketogenic Diet nel paziente dismetabolico. Fibre, qualità proteica e microbiota”, partendo dalla classificazione delle diete, in base ai macronutrienti, ha chiarito che una Very Low Calorie Ketogenic Diet, grazie alla riduzione di carboidrati e lipidi, associata con un corretto consumo di proteine, permette di ridurre la massa di tessuto apidoso attraverso un ribilanciamento del rapporto insulina-glucagone, in favore della lipolisi. Gli schemi alimentari convenzionali non sono, però, adeguati. La composizione del microbiota intestinale è importante e può essere modificata con l’assunzione di alcuni nutrienti. La dieta ketogenica, per esempio, altera il miocrobiota intestinale, inducendo un incremento di Akkermansia Muciniphila e Parabacteroides.

Uno studio da lui condotto su 48 soggetti diabetici o insulino-resistenti non trattati farmacologicamente, divisi in 3 gruppi, i primi 2 assumevano pasti sostitutivi (il 1° di proteine del siero di latte ed il 2°di proteine della soia, dei piselli, del riso, del grano) ed il terzo proteine della carne, del pesce, delle uova, dei prodotti lattiero- caseari, senza proteine del siero di latte (no ricotta), ha dimostrato un 14% di perdita di peso in più nel I gruppo rispetto al III gruppo, nel quale si registrava un incremento significativo dell’azotemia, un trend d’incremento della creatininemia e di decremento del filtrato glomerulare. Una alimentazione a base di proteine del siero di latte isolate determina una normalizzazione dell’intake energetico, aumenta la massa magra, riduce gli effetti negativi, quanto ad incremento della massa grassa, associati ad una dieta ad alto contenuto in grassi e diminuisce significativamente i livelli di Clostridiaceae / Clostridium. Le proteine del siero di latte sono, inoltre, delle eccellenti fonti dell’aminoacido essenziale treonina, che protegge le cellule intestinali e migliora la funzione della barriera intestinale.

E’ stata analizzata la composizione corporea con un software in grado di valutare la massa grassa totale all’interno delle pareti addominali, una regione che contiene sia il grasso sottocutaneo sia quello viscerale. La misurazione del grasso viscerale (in kg e cm3) si ottiene quindi dalla sottrazione del grasso sottocutaneo, calcolato come quella porzione compresa tra la linea della pelle e la parete addominale esterna su entrambi i lati, dal grasso androide totale. Il grasso viscerale era nettamente ridotto nel gruppo 3.

In una Review del 2017, pubblicata su Cardiovascular Diabetology, l’eccesso di grasso viscerale è stato associato con i componenti della sindrome metabolica (iperglicemia,  ipertrigliceridemia e basso HDL-C) e collegato strettamente ad alterazioni cardiometaboliche, aumentata  incidenza di diabete mellito di tipo II, l’infiammazione di basso grado ad esso correlato, dislipidemia aterogenica ed ipertensione arteriosa.

E’ importante anche la qualità dei carboidrati assunti, come dimostrato in una recente review, pubblicata su Lancet nel 2019, il rapporto carboidrati/fibre (< 10:1) e l’orario d’assunzione, tanto che recenti pubblicazioni sempre del 2019 mettono in dubbio l’utilità della colazione mattutina.

In ogni caso bisogna sempre tener presente che i risultati che si ottengono con una dieta adeguata sulla riduzione del rischio cardiovascolare e dell’insorgenza di diabete mellito di tipo II sono superiori a quelli ottenibili con i farmaci.

 

Silvio Colonna nella relazione “I nutraceutici nella prevenzione e cura delle malattie cerebrovascolari e neurodegenerative” distingue prima di tutto neuroinfiammazione da neurodegenerazione, puntualizzando che nella prima la microglia svolge un ruolo centrale. Le cellule della microglia sono i macrofagi “residenti” che determinano la difesa attiva del SNC ma garantiscono anche il trofismo del neurone, regolano la sua “sensitività”, controllano la plasticità neuronale e partecipano al controllo della barriera emato-encefalica (BEE).

La Microglia attivata  innesca e  sostiene lo stato neuroinfiammatorio mediante rilascio di citochine, ROS, proteasi, fattori del complemento etc. Le cellule microgliali sono  induttori del danno a carico delle strutture nervose centrali in corso di Neuroinfiammazione.

Un altro meccanismo responsabile di Neuroinfiammazione è lo stress ossidativo innescato da uno sbilanciamento tra produzione cellulare di specie reattive dell’ ossigeno e dell’ azoto  ed il meccanismo di difesa antiossidante dell’organismo. Ciò conduce ad un danno ossidativo a carico di strutture importanti della cellula nervosa (membrane cellulari). I neuroni sono più vulnerabili a causa di basse attività degli enzimi anti-ossidanti (catalasi,etc) e alti tassi di attività metaboliche ossidative. Bersaglio sono   i mitocondri. Complessa l’interazione tra stress ossidativo, danno al DNA e morte neuronale.  Il genoma mitocondriale può essere influenzato da malattie, ossigeno reattivo (ROS) e specie dell’azoto (RNS) e mutazioni (alcune malattie sono associate a mutazioni mitocondriali). Il danno al DNA mitocondriale può portare ad una diminuita espressione di mRNA, che a sua volta influisce sull’espressione della proteina (ridotta espressione proteica) che influenzerebbe la proteina dell’ETC (catena di trasporto elettronica). Questo porta a una minore formazione di ATP e ad una maggiore formazione di ROS. Il ROS consentirebbe al citocromo C e al fattore di induzione dell’apoptosi (AIF) di uscire dalla membrana interna che a sua volta innesca il processo di apoptosi. Le conseguenze sono riduzione del volume cerebrale, riduzione del flusso ematico cerebrale e della angiogenesi, riduzione della neurogenesi (ippocampo). L’accumulo di proteina amiloide (Abeta) , grovigli neurofibrillari  (NFT)  e depauperamento neuronale sono responsabili della neurodegenerazione e determinano alterazioni nella Neurotrasmissione ( GABA-inibitoria, dopaminergica, serotoninergica etc.) ed aumentata attività delle Mono-Amino-ossidasi (MAO) associata alla disfunzione mitocondriale. Sia nel 2017 che nel 2019 ci sono state pubblicazioni che mettono in evidenza il ruolo benefico di alcuni nutraceutici (Polifenoli, in particolare Ginkgo Biloba, l’estratto di Corteccia di Pino Marittimo Francese, Catechine, Estratti della soia, Luteolina, Quercetina, Yerba santa, Curcumina, Resveratrolo,   Vitamine , specie la vit. D, Oligo-elementi, PUFA ( omega 3), Carnosina, Creatina,Acetil –L-Carnitina, Omotaurina) nel ridurre la neuroinfiammazione e l’accumulo di amiloide e nel rallentare, quindi, il processo d’invecchiamento cerebrale.

Anna Maria Giudetti, nella sua lettura ha parlato dell’“Effetto degli antiossidanti della Dieta Mediterranea sulle patologie infiammatorie croniche”. E’ dimostrato che il cambiamento dietetico, avvenuto nel corso del secolo scorso nei paesi altamente industrializzati, abbia provocato un incremento di patologie cardiovascolari, infiammatorie, allergiche e auto-immunitarie e maggiore durata delle patologie infiammatorie. Gli errori dietetici che possono contribuire ad aggravare lo stato di infiammazione cronica o di malattia sono: aumento del consumo di zuccheri, aumento del consumo di oli vegetali, diminuzione del consumo di acidi grassi della serie n-3, inadeguato consumo di frutta e verdura (antiossidanti e fibra), eccessiva assunzione di sale, elevato consumo di alcool. In particolare, l’aumentato consumo di carboidrati ad alto indice glicemico, pane bianco e derivati, muffin, dolci, bevande zuccherate, causa obesità ed è pro-infiammatorio.

Recenti studi dimostrano che l’assunzione di fruttosio, contenuto in molte bevande, frutta, dolci, yogurt e anche cibi salati, determina oltre a obesità, insulino-resistenza, sindrome metabolica, epatosteatosi non alcoolica ed aumento dell’infiammazione.

E’ aumentato anche il consumo di acidi grassi saturi: prodotti caseari, oli idrogenati, olio di  semi (girasole, mais, palma, cartamo, etc),  cibi a lunga conservazione (crackers, patatine fritte, etc.). Ci sono 3 differenti tipi di acidi grassi: a catena breve, media e lunga, digeriti e metabolizzati differentemente. Gli acidi grassi a catena corta si formano nell’intestino da batteri e vengono rapidamente metabolizzati dalle cellule intestinali. Gli acidi grassi a catena media vengono assorbiti e trasportati direttamente nel fegato dove vengono bruciati per produrre energia. Gli acidi grassi a catena lunga vengono trasformati in trigliceridi e quindi vengono assorbiti dalle cellule e utilizzati come fonte di  energia o vengono immagazzinati. La bile è necessaria solo per digerire gli acidi grassi a catena lunga. I trigliceridi a catena media sono utilizzati per la fonte lipidica in condizioni di malassorbimento come l’irritable bowel syndrome (IBS) e colite ulcerosa e negli alimenti per lattanti. Vengono anche usati per aumentare l’apporto energetico nei pazienti con fibrosi cistica, inibiscono la crescita di batteri e virus, riducono l’LDL-colesterolo e aumentano l’HDL-colesterolo, riducono il grasso addominale, aumentano l’ossidazione dei grassi, non sono immagazzinati nel tessuto adiposo, riducono la sintesi del colesterolo dal fegato, non forniscono acidi grassi essenziali e migliorerebbero la funzione sistolica del ventricolo sinistro. Anche gli acidi grassi a catena corta avrebbero effetti benefici sulla riduzione della glicemia. Gli acidi grassi a catena lunga, provengono principalmente da fonti animali, anche da alcune piante e il loro consumo rende i vasi sanguigni più rigidi, aumenta il rischio di malattie cardiache, aumenta il rischio di diabete mellito di tipo II, aumenta la pressione arteriosa, aumenta LDL-colesterolo e i trigliceridi, riduce l’HDL-colesterolo, aumenta l’infiammazione. Una dieta ricca di carne determina la produzione di elevate quantità di acidi biliari coniugati con la taurina, a sua volta metabolizzata dal microbiota con produzione di idrogeno  solforato, che è cancerogeno. Esistono 2 forme isomeriche di acidi grassi, cis e trans, che hanno la stessa formula chimica, solo una diversa configurazione attorno al doppio legame. La configurazione cis si presenta più spesso in natura. La configurazione trans si presenta naturalmente in piccole quantità in alcuni alimenti (carne di manzo, agnello, grasso del latte).La maggior parte degli acidi grassi trans negli alimenti è un sottoprodotto dell’idrogenazione industriale degli oli vegetali. L’idrogenazione aggiunge gli idrogeni agli acidi grassi insaturi per renderli più saturi. Ciò migliora la stabilità degli oli vegetali e li rende più solidi a temperatura ambiente. L’idrogenazione è utilizzata nella produzione di margarina dall’olio. Gli acidi grassi trans agiscono in modo simile agli acidi grassi saturi nell’aumentare i livelli di colesterolo e di insulina nel sangue.

L’osteoporosi sarebbe dovuta ad un eccessivo apporto di proteine animali, che determina acidosi metabolica. L’osso per tamponare l’acidità, libera fosfato e carbonato di calcio e diventa più fragile. I legumi forniscono un ottimo apporto di calcio senza determinare acidosi e senza indurre perdita di calcio dalle ossa.

E’ acclarato che l’ aumento del peso corporeo sia un fattore di rischio per le patologie infiammatorie croniche ma studi recenti hanno dimostrato che gioca un ruolo importante anche nell’aggressività del cancro al seno.

Un aumento del 10% nella proporzione di alimenti ultra-elaborati nella dieta è stato associato a un aumento del 12% del rischio di cancro e un rischio aumentato di cancro al seno dell’11%

Gli alimenti ultra-elaborati spesso hanno un contenuto più elevato di grassi totali, grassi saturi e zuccheri e sale aggiunti, insieme a una minore densità di fibre e vitamine. Contengono contaminanti e additivi neoformati, alcuni dei quali hanno proprietà cancerogene (come acrilammide, ammine eterocicliche, idrocarburi policiclici aromatici nonché nitrito di sodio o biossido di titanio). Il confezionamento di alimenti ultra-elaborati può portare al trasferimento negli alimenti di sostanze cancerogene e interferenti endocrini, come il bisfenolo A.

Gli alimenti carbonizzati, specialmente le carni, cotti ad alte temperature creano agenti cancerogeni chiamati ammine aromatiche eterocicliche. Più a lungo la carne viene cotta ad alta temperatura, maggiore sarà la produzione di questi composti.

La soluzione è quindi quella di tornare alla Dieta Mediterranea, caratterizzata da un elevato apporto di cereali, verdure, frutta, noci, legumi, una bassa quantità di carne e prodotti a base di carne e una quantità moderata di pesce e frutti di mare, nonché un modesto consumo di alcool. Sono stati dimostrati benefici su: pressione arteriosa, profilo lipidico plasmatico, insulino-resistenza, marker infiammatori (interleuchina-6, VCAM-1 e ICAM-1).E’ stata anche osservata una regressione dell’aterosclerosi carotidea, valutata come spessore intima-media. Nei soggetti ad alto rischio cardiovascolare, una dieta mediterranea supplementata con olio extra-vergine di oliva o noci riduce l’incidenza dei maggiori eventi cardiovascolari del 30% (Studio PREDIMED, già citato).

In particolare l’alto apporto di fibre, l’olio extravergine d’oliva, l’assunzione di crucifere, contenenti sulforafano, capace di eliminare dal corpo sostanze cancerogene, e forse anche un ruolo neuroprotettivo, le bacche, miele, riducono il rischio cardiovascolare.

Lo stress induce deplezione di glutatione, contenuto negli asparagi, spinaci, avocado, aglio,   zucchine, patate, meloni, uva,  fragole, pesche. Lo stress neuroendocrino cronico porta all’elevazione del cortisolo, della noradrenalina e dell’epinefrina e all’aumento del metabolismo. Questo comporta danno e riduzione delle difese antiossidanti. Gli adipociti secernono citochine proinfiammatorie, che aumentano l’ossidazione, portando a un esaurimento di antiossidanti, in particolare il glutatione e, infine, a lesioni cellulari, danni agli organi e malattie. I livelli di glutatione sono i più alti per circa sei ore dopo ogni pasto. Il nostro livello più basso di glutatione è la mattina prima del nostro primo pasto. Mentre i bambini sani e i giovani adulti tendono ad avere sufficiente glutatione, la produzione di glutatione diminuisce con l’avanzare dell’età. Una volta raggiunta l’età di 45 anni, la produzione diminuisce vertiginosamente. Importanti sono infine le interazioni dei componenti dei cibi funzionali e nutraceutici con il microbiota intestinale, già precedentemente citate.

La seconda sessione è stata dedicata al ruolo del sistema psico-neuro-endocrino-immunologico per il “benessere del cuore e della mente” e  prevenzione e/o cura di molte malattie croniche cardio-cerebrovascolari e degenerative.

Eugenio Gemello nella sua relazione “Evoluzione della nutrizione umana e ripercussioni sul corpo e sulla mente”, partendo dalla preistoria, ha raccontato che i nostri antenati (dal Homo Abilis) per 2 milioni e mezzo di anni hanno mangiato: frutta, verdura, carne, pesce, tuberi, frutta secca, uova, larve, insetti e carcasse di animali. L’utilizzo del fuoco ha reso poi le proteine più digeribili grazie alla cottura che, eliminando parassiti e batteri, rende la carne più facile da mangiare e da digerire (in precedenza si nutrivano maggiormente dei visceri degli animali; i muscoli sono più difficilmente masticabili) senza dimenticare che la quantità di energia richiesta per digerire la carne cotta è minore di quella della carne cruda.

Con la nascita dell’Agricoltura 10.000 anni fa, si verificò il passaggio dalla pastorizia all’agricoltura ed all’ allevamento, quindi dal nomadismo alla sedentarietà. L’intensificarsi delle colture portò a produzioni superiori al fabbisogno, divenne così indispensabile lo scambio di prodotti. Importante fu anche la scoperta, sempre casuale, della conservazione dei cibi  (freddo o sotto sale). L’arricchimento alimentare portò a migliori condizioni sanitarie e all’allungamento della vita media con conseguente aumento demografico.

Conoscere il passato aiuta ad interpretare il presente, infatti con la nascita dell’agricoltura siamo stati esposti al grano ed al glutine e abbiamo subito una lenta evoluzione da onnivori a granivori: l’ anamnesi nutrizionale mette in evidenza spesso l` eccessivo consumo della farina di grano. Già nella prima metà del secolo scorso l’osservazione clinica aveva ipotizzato un rischio maggiore di complicanze cardiovascolari negli obesi con disposizione del grasso di tipo “androide”, quella cioè, più tipica del maschio, caratterizzata da un accumulo di adipe soprattutto a livello addominale. Il complesso quadro clinico che lega l’eccesso di grasso viscerale con le complicanze metaboliche (quali diabete mellito di tipo II, dislipidemia,) e cardiovascolari (ipertensione, aterosclerosi, ictus, infarto miocardico) è stato definito come sindrome metabolica, patologia correlata allo stile di vita occidentale. Inoltre lo spreco alimentare nei Paesi occidentali raggiunge il 30%. Fino a  10 anni  fa la quasi totalità del mondo scientifico era convinta che il glutine avesse effetti negativi solo nella Malattia Celiaca. Pertanto, accadeva che se una persona lamentava problemi addominali ma i valori delle transglutaminasi erano negativi e i villi integri, gli veniva detto che non era celiaca e che doveva continuare ad assumere  alimenti contenenti glutine. Ancora non si parlava  di gluten o wheat sensitivity, che ha manifestazioni cliniche intestinali (gonfiore, dolore addominale, nausea, diarrea, epigastralgie, reflusso gastroesofageo, aerofagia, stomatite aftosa) ed extraintestinali (perdita di benessere, stanchezza, cefalea, ansia, annebbiamento mentale, intorpidimento, dolori osteoarticolari, crampi muscolari, dermatiti/rash cutanei, perdita o aumento di peso, anemia, perdita di capelli, rinite/asma, alterazioni mestruali, depressione, allucinazioni, autismo, schizofrenia).

Negli ultimi anni sono emerse chiare evidenze scientifiche non solo riguardo gli effetti dannosi dell’ alimentazione moderna (sempre più ipercalorica ma povera di nutrienti), ma anche sulle potenzialità preventive e persino curative dei cibi. La ricerca scientifica attuale va verso la nutrizione molecolare. Assistiamo ad una rivoluzione copernicana. Al centro del sistema biologico umano non ci sono più le calorie (la terra) ma ci sono le “molecole”, i nutrienti (il sole) introdotte con l’alimentazione giornaliera. La nutrizione molecolare studia quindi il contenuto delle molecole che costituiscono gli alimenti e il loro destino metabolico, ormonale ed epigenetico all’interno del corpo umano che è unico e diverso da ogni altro.

Da tali innovazioni scientifiche nasce la nutrigenomica, che è la scienza che studia gli effetti del cibo sull’ espressione genica. Sappiamo con certezza che numerosi geni si attivano o si disattivano in funzione della quantità, ma soprattutto della qualità del cibo ingerito. È importante quanto si mangia, cosa si mangia, ma anche quando si mangia!

Infine la Triade Ambiente (es. fumo), nutrizione, esercizio fisico era già nota ad Ippocrate se affermava che “Se fossimo in grado di fornire a ciascuno la giusta dose di nutrimento ed esercizio fisico avremmo trovato la strada per la salute”.

 

Raffaele De Caterina, nella lettura “Acidi Omega-3 e prevenzione cardiovascolare -aggiornamenti” ha distinto due ambiti: Omega3 nel tessuto adiposo e rischio a lungo termine di infarto miocardico acuto (IMA); e arteriopatia periferica e prevenzione cardiovascolare (risultati di grandi trials).Il contenuto di acidi grassi polinsaturi Omega-3 è inversamente associato ad IMA, in uno studio pubblicato su JACC nel marzo 2016, e anche al rischio di arteriopatia periferica (PAD), come dimostrato in un altro studio pubblicato su JACC nel 2018. In una meta-analisi recente di 10 trial, che hanno coinvolto 77.917 individui, pubblicato su JAMA nel 2018, l’assunzione di supplementi di Omega3 non sembrava però dimostrare una riduzione del rischio cardiovascolare.

La dicotomia dei risultati dei trial epidemiologici versus quelli d’intervento è probabilmente da ricercare nella differenza fondamentale tra l’apporto dietetico continuo per tutta la vita degli studi epidemiologici ed il relativamente breve periodo di assunzione nei trial d’intervento, per eventi, quelli cardiovascolari, che possono realizzarsi in anni nella vita dei singoli individui.

Tra i trial d’intervento, il GISSI Prevenzione, pubblicato sul Lancet nel 1999, è noto a tutti: la supplementazione con PUFA-n-3 riduceva la mortalità totale, quella cardiovascolare ed in particolare quella improvvisa dopo un infarto. Il beneficio in questa categoria di pazienti è stato recentemente confermato da Siscovick in una pubblicazione su Circulation nel 2017. Eppure, nel dicembre 2018, l’EMA ha sentenziato che gli acidi grassi omega-3 non sono più considerati efficaci nella prevenzione delle malattie cardiache. Nelle ultime Linee Guida ESC per il trattamento delle dislipidemie, invece, si evidenzia il ruolo dell’ipertrigliceridemia come fattore di rischio.

In particolare, in pazienti che avevano sofferto di sindrome coronarica acuta e in terapia ottimale con statina, è stato evidenziato che la frequenza degli eventi cardiovascolari è direttamente correlata ai livelli dei trigliceridi.

Nel gennaio 2019 sono stati pubblicati sul NEJM i risultati dello studio REDUCE-IT, trial randomizzato, controllato vs placebo, in 8179 pazienti con malattia cardiovascolare nota o con diabete mellito di tipo II e altro fattore di rischio cardiovascolare, in terapia con statine, e randomizzati a PUFA n-3 (EPA), 4 g al giorno (2 g per due volte al giorno), con follow-up medio di 4,9 anni. L’età media dei pazienti è stata di 64 anni, 70% in prevenzione secondaria e 30% in prevenzione primaria. E’ stata dimostrata una riduzione significativa, del 25%, dell’endpoint primario, composto da morte cardiovascolare, infarto miocardico non fatale, ictus non fatale, rivascolarizzazione coronarica, o angina instabile. Risultava necessario trattare solo 21 pazienti per circa 5 anni per evitare un evento (ulteriori dati sono stati pubblicati da Liuba Fusco nell’Aprile scorso, sul nostro sito nell’articolo sui risultati del REDUCE-IT).

Il trial condotto dal VITAL Research Group, pubblicato sempre sul NEJM nel 2018, è un trial randomizzato, controllato con placebo, che studiava l’effetto di PUFA n-3 alla dose però di 1 g al giorno, in prevenzione primaria delle malattie cardiovascolari e cancro.

Sono stati in esso arruolati 25.871 partecipanti, il follow-up è stato di 5,3 anni, e si è dimostrata una riduzione non significativa dell’endpoint combinato, ma una riduzione dell’infarto, degli interventi di rivascolarizzazione percutanea, e della mortalità da infarto.

In conclusione:

  • Gli effetti antiaritmogenici degli acidi grassi omega 3 alla dose di 1 g/die sono noti da tempo ma è difficile dimostrarli nel contesto delle moderne strategie di rivascolarizzazione e migliore terapia medica.
  • Le alte dosi (3/4 g al giorno) hanno un’azione anti-infiammatoria ed anti-aterogena
  • L’ipertrigliceridemia è un marker di rischio che necessita di maggiore attenzione nella nostra pratica clinica quotidiana.

 

Di seguito le foto del convegno. Le Relazioni sono consultabili e scaricabili dal sito www.ancecardio.it

 

Giuseppina De Benedittis

Consigliere Nazionale ANCE