Coffee Drinking and Mortality in 10 European Countries: A Multinational Cohort Study.
“ dottore, quanti caffè posso bere al giorno ?”
Il caffè è tra le bevande più comunemente consumate e nel mondo ogni giorno si bevono oltre due miliardi di tazze. I medici ne parlano, solitamente, per invitare i pazienti alla moderazione, in modo da limitare i rischi di un eccesso di caffeina che, in qualità di stimolante, è controindicata per chi soffre d’insonnia, stati ansiosi, colon irritabile o ipertensione, aritmie. Bere il caffè, miscela di diverse centinaia di componenti, fornisce l'esposizione ad una gamma di composti biologicamente attivi, dato già noto, in grado di interagire col nostro organismo: non solo caffeina, ma anche anti-ossidanti e diterpeni ed il consumo più elevato di caffè è stato correlato a livelli più bassi di infiammazione, resistenza all'insulina e rischio di diabete. In dettaglio, chi beve tre tazzine al dì sembra essere più longevo dei non bevitori, indipendentemente dal metodo di preparazione e anche dalla scelta tra decaffeinato o caffè normale. Lo rivela un ampio studio osservazionale su oltre mezzo milione di individui in 10 paesi europei tra cui l'Italia. Gli autori hanno usato i dati di un’ampia ricerca denominata EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition) relativi a soggetti di età maggiore di 35 anni. Il consumo più elevato di caffè è stato registrato in Danimarca (900 ml/die); quello più basso, per quanto riguarda le quantità, in Italia (92 ml/die). I più forti bevitori di caffè erano in genere più giovani, fumatori, consumatori di bevande alcoliche, mangiavano più carne e meno frutta e vegetali. Gli esperti hanno tenuto conto dei diversi modi di preparazione della bevanda, dall'espresso italiano al caffè lungo e della presenza o meno di caffeina. Una tazza "standard" di caffè in America (circa 236 ml) contiene dai 95 ai 200 mg di caffeina, ma recipienti più grandi arrivano a contenerne fino a 300 mg. La nostra abituale tazzina di caffè ha un contenuto in caffeina che può variare tra 30 e 170 mg. Un "decaffeinato" contiene circa 3 mg di caffeina. I partecipanti sono stati monitorati per un tempo medio di 16 anni, periodo durante il quale sono stati registrati tutti i decessi e relative cause. In un sottogruppo di 14.800 soggetti sono stati valutati i marcatori biochimici di funzione epatica, metabolismo glicolipidico e infiammazione. Dopo gli adeguati aggiustamenti statistici relativi a dieta ed abitudine tabagica, i ricercatori hanno evidenziato che i soggetti con il più alto consumo di caffè presentavano il rischio più basso di mortalità per tutte le cause, in particolare per quella cardiovascolare e per patologie del tratto digerente, rispetto ai non bevitori di caffè e che anche il caffè decaffeinato presentava questo effetto protettivo. Segno che la chiave del beneficio non va cercata necessariamente nella caffeina. Nel sottogruppo di pazienti sottoposti a controllo di parametri bioumorali, il consumo di caffè è risultato associato ad un miglior profilo enzimatico del fegato ed un migliore controllo glicemico ed un più basso tasso di infiammazione con documentati valori più bassi di proteina C reattiva. Questi importanti risultati si aggiungono ai dati già ottenuti in un recente studio statunitense che ha documentato, su oltre 180 mila soggetti, che un maggior consumo di caffè è associato a minor rischio di morte sia nella popolazione bianca, sia in quella afroamericana. Un risultato importante perché i vari gruppi etnici avevano stili di vita e rischi di malattia diversi. Gli autori dello studio EPIC concludono affermando che il consumo di caffè è, quindi, associato ad una riduzione della mortalità totale e in particolare cardiovascolare e per malattie gastrointestinali e che tale riduzione non differisce da paese a paese anche se le modalità di preparazione della bevanda sono significativamente diverse. Questi risultati suggeriscono che un consumo moderato non è dannoso e che anzi, incorporare il caffè nella dieta, potrebbe avere effetti positivi per la salute.

rischi relativi di mortalità dei soggetti appartenente al quartile più elevato di consumo di caffè rispetto ai non consumatori

Ann Intern Med. 2017 Aug 15;167(4):236-247
a cura di Giuseppe Trisolino