LO STUDIO JUPITER:Background ed ipotesi di lavoro

GIC-2009-Suppl.3 al N° 11-12

L’ipotesi di lavoro dello studio JUPITER è semplice e rivoluzionaria

allo stesso tempo: il trattamento a lungo termine con rosuvastatina

(20 mg/die) potrebbe essere in grado di ridurre l’incidenza di eventi

cardiovascolari maggiori (endpoint combinato: morte cardiovascolare,

ictus, infarto miocardico, ospedalizzazione per angina instabile,

interventi di rivascolarizzazione) in soggetti con colesterolemia

LDL <130 mg/dl (3.36 mmol/l) ma con uno stato infiammatorio

sistemico elevato, testimoniato da livelli di proteina C-reattiva

ad alta sensibilità (hsPCR) >2 mg/dl. Tale ipotesi di ricerca scaturisce

soprattutto dall’evidenza che i livelli di hsPCR costituiscono un forte

e indipendente predittore di eventi vascolari, sia in prevenzione

primaria sia nel contesto delle sindromi coronariche acute. In particolare,

l’hsPCR integra il valore prognostico sia del colesterolo LDL

sia del Framingham risk score e della sindrome metabolica.

Parole chiave: Colesterolo; Infiammazione; Prevenzione primaria;
Proteina C-reattiva; Statine.

C. Rapezzi e P. Gallo





ROSUVASTATINA: DA FDA OK ANCHE CON C-LDL NELLA NORMA

Fonte FDA

La Food and drug administration (Fda) ha approvato una nuova indicazione per rosuvastatina che ne estende l'uso anche in soggetti con livelli di c-Ldl nella norma. Tutto nasce dai risultati dello studio Jupiter,  che ha evidenziato come la statina, rispetto al placebo, sia in grado quasi di dimezzare il rischio cardiovascolare in persone con colesterolemia nella norma, ma livelli elevati di proteina C reattiva (Pcr). Secondo la nuova indicazione Fda, rosuvastatina è approvata  "per la riduzione del rischio di ictus, infarto miocardico e procedure di rivascolarizzazione in persone che non presentino evidenze cliniche di malattie coronariche in atto ma con un aumentato rischio di malattie cardiovascolari dovuto all'età avanzata (uomini >/=50 anni e donne >/=60 anni), un livello di proteina c reattiva ad alta sensibilità (hsCrp) >/= 2 mg/L e la presenza di un altro fattore di rischio cardiovascolare aggiuntivo, quale, per esempio, ipertensione, bassi livelli di colesterolo Hdl, fumo o una storia famigliare di coronaropatia prematura".



Misurare il Rischio con l'Ecocardiogramma da sforzo

 

Per la diagnosi e la stratificazione dei pazienti con sospetta coronariopatia recenti linee guida danno la preferenza, quale iniziale prova non invasiva, all’elettrocardiogramma (ECG) da sforzo (1). L’ecocardiografia da sforzo (ES) è un’altra tecnica ritenuta utile a questo scopo (2).

Questi concetti sono basati sulla nozione che le anomalie della motilità della parete miocardica (WMA: wall motion abnomalities) compaiono più precocemente dell’angina e delle alterazioni del tratto ST, che come noto, rappresentano i punti di riferimento dell’ECG da sforzo. L’ES è inoltre in grado di fornire informazioni paragonabili a quelle delle tecniche nucleari per immagini.
È noto che i pazienti con sospetta coronariopatia, che non presentano dolore precordiale e anomalie all’ECG da sforzo, possono essere ritenuti a basso rischio di eventi cardiaci e pertanto, data la minore sensibilità di questa prova, può rendersi difficile il riconoscimento del rischio.

Recentemente è stata valutata l’utilità dell’ES nel prevedere la mortalità a lungo termine e gli eventi cardiaci in pazienti con normale ECG da sforzo (3). Gli autori hanno studiato 4004 pazienti consecutivi (2538 uomini) di età media di 59,6 ± 12,5  anni che all’ECG da sforzo non hanno presentato dolore precordiale o anomalie ischemiche elettrocardiografiche. È stato valutato l’indice di motilità della parete miocardica (WMSI: “wall motion score index”) sia a riposo che dopo sforzo calcolando la differenza (Δ WMSI).

È stato rilevato che una significativa percentuale di pazienti con coronariopatia nota o sospetta e normale ECG da sforzo ha presentato nel corso dell’ES anomalie della motilità della parete miocardica di nuova insorgenza o peggiorate e questi dati hanno fornito un indice prognostico per la predizione della mortalità e di eventi cardiaci. Nel complesso, in questo studio, 1 su 6 pazienti senza dolore precordiale o anomalie ischemiche elettrocardiografiche alla prova da sforzo ha presentato WMA di nuova insorgenza o aggravate; inoltre 2 su 3 pazienti con anomalie ischemiche presentavano una estesa lesione ischemica e 1 su 3 mostrava un interessamento multivasale.
Secondo gli autori, la superiore accuratezza diagnostica dell’ES si traduce in una migliore stratificazione dei pazienti. Infatti, sebbene i pazienti che non hanno dolore precordiale o anomalie elettrocardiografiche durante lo sforzo si trovino generalmente a minore rischio di eventi cardiaci, l’uso dell’ES consente di identificare tra questi soggetti quelli a maggior rischio. È stato infatti notato che la mortalità annuale e gli eventi cardiaci maggiori sono stati più frequenti nei pazienti con ischemia dimostrata soltanto con l’ES, mentre un’ES normale ha indicato una prognosi migliore.

Nel commentare questo studio, Flachskampf et al (4) ritengono che la sua importanza risieda essenzialmente nel notevole valore prognostico dell’ES in pazienti che risultano negativi al tradizionale ECG da sforzo. Essi rilevano, fra l’altro, che questa prova è rapida, innocua ed esente da radiazioni ionizzanti; specialmente, sottolineano, in un’epoca di “esplosiva crescita” di altre tecniche che non sempre hanno dimostrato utilità. Una difficoltà, secondo gli autori, è quella di stabilire se l’ECG da sforzo debba ancora essere la prova di scelta, relegando le prove per immagine, come l’ecocardiografia, soltanto alle situazioni in cui l’ECG non è interpretabile.

(22 gennaio 2010)

Bibliografia

  • Gibbon RJ Balady GJ, Bricker JT, et al, American College of Cardiology/American Heart Association 2002 guideline update for exercise testing: summary article; a report of the American College of Cardiology/American Heart Association Task Force on Practice Guidelines. J Am Coll Cardiol 2002; 40: 1531.
  • Pellikka PA, Nagueh SF, Elhendy AA, et al, American Society of Echocardiography. American Society of Echocardiography recommendation for performance, interpretation and application of stress echocardiography. J Am Coll Echocardiography 2007; 20: 1021.
  • Bouzas-Mosquera A, Peteiro J, Alvarez-Garcķa N, et al. Prediction of mortality and major cardiac events by exercise echocardiography in patients with normal exercise electrocardiographic test. J Am Coll Cardiol 2009; 53: 1981.
  • Flachskampf FA, Rost C. Stress echocardiography in known or suspected coronary heart disease. J Am Coll Cardiol 2009; 53: 1991.


Tratto da Recenti Progressi in Medicina, dicembre 2009, Il Pensiero Scientifico Editore, Roma



FIBRILLAZIONE ATRIALE:PROMOSSA L'ABLAZIONE

FONTE:Sanitą news

Uno studio pubblicato sulla rivista 'Jama' dimostra che i pazienti con fibrillazione atriale che sono stati trattati tramite ablazione effettuata con cateteri per mappaggio e ablazione a punta irrigata, hanno prodotto esiti notevolmente migliori dopo un anno rispetto a pazienti trattati con terapia farmacologica. Inoltre, i pazienti sottoposti ad ablazione trans-catetere hanno fatto registrare un numero di sintomi significativamente inferiore e una migliore qualita' della vita.
La fibrillazione atriale e' il disordine cardiaco piu' comune, di cui si stima siano affette piu' di 20 milioni di persone in tutto il mondo. E' anche una delle cause piu' comuni di ictus fra gli ultra 65enni. Nel corso della procedura di ablazione trans-catetere, viene inserito un catetere nel cuore che distribuisce energia in quelle aree del muscolo cardiaco responsabili dell'alterazione del ritmo. Questa energia 'interrompe' il percorso del ritmo anormale. Dopo un anno, il 66% dei pazienti curati mediante ablazione trans-catetere non ha presentato alcuna fibrillazione atriale sintomatica documentata, rispetto al 16% del gruppo trattato con terapia medica, comunemente conosciuta anche come somministrazione di farmaci antiaritmici o Faa. Inoltre, i punteggi sulla qualita' della vita sono aumentati notevolmente nei pazienti curati con ablazione a tre mesi, e questo miglioramento e' stato riscontrato nuovamente dopo un anno.
JAMA. 2010;303(4):333-340.





APNEA NOTTURNA:BASTA UNA DIETA PER DORMIRE?

FONTE:SANITą NEWS

 
UNO STUDIO SVEDESE E L'OPINIONE DEGLI ESPERTI SIO.
(DIRE - Notiziario Sanita') Roma, 26 gen. - Due mesi di dieta ipocalorica e di notte si torna a riposare. È la soluzione proposta in uno studio svedese del Karolinska Institute, pubblicato sulle pagine della rivista scientifica 'British Medical Journal'. I medici svedesi hanno sottoposto i volontari a un regime alimentare piuttosto rigido, basato sull'assunzione di liquidi per le prime otto settimane e sulla graduale reintroduzione di cibi solidi per altre due. Una soluzione forse un po' estrema, ma funzionale. I soggetti sottoposti a questo tipo di dieta hanno perso in media 19 chili e hanno mostrato una riduzione netta dei casi di apnee notturne, da 37 a 12 nel corso di un'ora di sonno. Un altro gruppo di volontari ha invece continuato ad alimentarsi in maniera consueta e i livelli di apnee sono rimasti identici. Michele De Benedetto, direttore della Unita' operativa complessa di otorinolaringoiatria presso l'Ospedale "V.Fazzi" di Lecce e past president della Societa' italiana di otorinolaringoiatria e chirurgia cervico-facciale (Sio), proprio a proposito dello studio svedese commenta: "Gia' da tempo e' risaputo che l'obesita' rappresenta un importante fattore di rischio nel determinismo dei disturbi respiratori nel sonno, e sicuramente un fattore di aggravamento,quando si sovrappone in un paziente gia' con apnee ostruttive durante il sonno. E' stato pero' anche dimostrato- prosegue De Benedetto- che un dimagramento importante determina un netto miglioramento della sintomatologia, ma si e' visto che in oltre il 90% dei pazienti al dimagrimento rapido fa' seguito un nuovo aumento patologico di peso, con conseguenze sul sonno ancora piu' gravi rispetto alla situazione di partenza,in quanto si ripristina la massa adiposa ma non la massa muscolare perduta con la dieta precedente. E' per questo motivo- sottolinea l'esperto- che le diete eroiche non vengono piu' prese in considerazione come reale ed utile trattamento terapeutico dell'OSAS (Sindrome delle apnee ostruttive nel sonno), ma e' invece opportuno- consiglia l'otorino- far capire al paziente che deve abituarsi ad un nuovo regime alimentare piu' accettabile e per questo prolungato nel tempo. Solo cosi'- conclude- insieme ad altri presidi terapeutici il paziente potra' trarne sicuri benefici".

Dunque, anche se il peso potrebbe incidere in maniera sostanziale sulla presenza di questo disturbo della respirazione, gli esperti non attribuiscono alla sola perdita di peso la soluzione del problema. Delfo Casolino, direttore dell'Unita' operativa complessa di Orl all'ospedale civile di Ravenna e past president Sio, sottolinea che "un significativo calo ponderale nel paziente affetto da OSAS severo e' spesso necessario se si tratta di un paziente sovrappeso o obeso, riducendo su piu' fronti il rischio cardiovascolare". E aggiunge: "Non si puo' trascurare pero' che la genesi dell'apnea e' sovente multifattoriale, e il programma dietetico deve sempre essere integrato in un inquadramento generale del paziente, che comprenda lo studio completo delle VADS in veglia e durante il sonno (Sleep Endoscopy). Infatti- conclude Casolino- il solo calo ponderale non sara' sufficiente in caso di ostruzioni anatomiche significative a carico della base linguale, delle tonsille palatine, retrusione bimascellare, o funzionali (evidenziabili con la Sleep Endoscopy)".





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